Quando il silenzio parla più dell’applauso. Riscoprire il senso della liturgia significa riportare al centro il mistero di Cristo

San Benedetto del Tronto - Evitare l’applauso nella liturgia non è una questione di rigidità, ma di rispetto per il senso di ciò che si sta celebrando: il mistero eucaristico.
C’è un gesto che durante la celebrazione eucaristica non compio mai: l’applauso.
Non perché sia contraria alla gioia, alla festa o alla gratitudine. Al contrario. La liturgia cristiana è profondamente gioiosa, perché celebra il mistero della morte e risurrezione di Cristo. Ma proprio per questo credo che occorra distinguere la gioia liturgica dall’entusiasmo che si manifesta normalmente davanti a una persona, a una performance o a uno spettacolo.
La Messa non è uno spettacolo.
L’Eucaristia è il memoriale della Pasqua di Cristo, la celebrazione nella quale la Chiesa rende grazie a Dio e partecipa al mistero della salvezza. Tutto, nella liturgia, dovrebbe aiutare a orientare lo sguardo verso Dio e non verso chi sta svolgendo un servizio liturgico.
Per questo rimango contrariata quando, al termine di un’omelia, di un canto particolarmente bello o di un intervento, esplode spontaneamente l’applauso dell’assemblea o peggio quando il celebrante che presiede chiede all’assemblea l’applauso. Comprendo perfettamente il sentimento che lo genera: riconoscenza, affetto, apprezzamento. Non c’è necessariamente cattiva intenzione. Ma mi domando se sia davvero il linguaggio più appropriato al contesto liturgico.
Nella Messa non siamo spettatori che applaudono chi si è esibito bene. Siamo un’assemblea che celebra il mistero di Cristo.
Il rischio, anche quando è inconsapevole, è quello di trasformare progressivamente la celebrazione in qualcosa che assomiglia a un evento, nel quale si applaudono il sacerdote, il coro, il predicatore, il lettore, chiunque abbia svolto bene il proprio compito o la persona che ha celebrato un sacramento.
Ma nella liturgia il centro non siamo noi.
Non è il celebrante.
Non è il coro.
Non è l’oratore.
Non è neppure l’assemblea.
Il centro è Cristo.
Questo non significa, naturalmente, che non si debba festeggiare una persona che celebra un anniversario importante, come quello di matrimonio o di ordinazione sacerdotale. Al contrario, la comunità può esprimere tutta la propria gratitudine e il proprio affetto, ma potrebbe farlo in un momento distinto dalla celebrazione eucaristica. Dopo la Messa, ad esempio, si potrebbe organizzare un semplice momento conviviale, un piccolo buffet nel quale rivolgere gli auguri, dire qualche parola di ringraziamento e, perché no, applaudire con gioia la persona festeggiata. In questo modo si valorizzano sia la festa comunitaria sia la specificità della liturgia, evitando di confondere due momenti che hanno significati differenti.
Fermarsi, significa anche regalare tempo. E il tempo è una delle forme più autentiche con cui possiamo dire a una persona: tu per me conti. Dopo una celebrazione, trattenersi per un saluto, per qualche parola e per gli auguri significa dedicare attenzione a chi ha celebrato un anniversario di matrimonio, un’ordinazione sacerdotale o ha fatto memoria di un sacramento ricevuto. È molto più di un applauso fugace al termine della Messa, seguito dalla fretta di tornare a casa. L’applauso dura pochi secondi; il tempo condiviso costruisce relazioni. Fermarsi, incontrarsi, guardarsi negli occhi, stringere una mano, scambiare una parola: sono gesti semplici, ma dicono concretamente alla persona che la sua storia, la sua vocazione, la sua gioia sono importanti per la comunità. In questo modo la festa non viene impoverita: al contrario, diventa più vera, più umana e più fraterna.
C’è poi una realtà che rischiamo di dimenticare: il silenzio.
Il silenzio liturgico non è un vuoto da riempire. È uno spazio nel quale la Parola può essere ascoltata, la preghiera può maturare e il cuore può mettersi davanti a Dio.
Abbiamo forse bisogno di recuperarlo.
Siamo immersi quotidianamente in un mondo nel quale tutto deve essere commentato, mostrato, condiviso, approvato. Anche la fede rischia talvolta di assumere le forme della comunicazione contemporanea: entusiasmo, applauso, emozione immediata, coinvolgimento esteriore.
La partecipazione attiva alla liturgia non coincide con il fare rumore.
Partecipare significa ascoltare, rispondere, cantare, pregare, accogliere la Parola, vivere il silenzio, stare davanti al mistero. Significa permettere che ciò che celebriamo trasformi la nostra vita.
Per questo, personalmente, scelgo di non applaudire durante la Messa.
Non mi sento più devota di chi lo fa e non penso di poter giudicare le intenzioni degli altri. È semplicemente una scelta di sensibilità liturgica: preferisco che la mia gioia e la mia gratitudine trovino altre forme, soprattutto nella preghiera.
Perché davanti all'Eucaristia c’è un gesto che, più dell’applauso, esprime l’amore per Gesù: adorare.
Davanti al mistero di Cristo che si dona, forse il gesto più eloquente non è battere le mani, ma aprire il cuore.
La norma generale della Chiesa e il magistero dei Papi indicano che l’applauso non fa parte della liturgia e non è previsto dai libri rituali. La Costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium introduce il principio fondamentale della “partecipazione attiva, piena e consapevole” dei fedeli (SC 14). Questa partecipazione deve esprimersi attraverso acclamazioni, risposte, salmi, antifone e canti, oltre che attraverso gesti e atteggiamenti del corpo (SC 30). Tra i gesti indicati per l'assemblea, tuttavia, non figura l’applauso. Le norme del Messale Romano richiedono invece momenti di silenzio sacro, raccoglimento, adorazione e preghiera interiore.
Benedetto XVI: Nel suo saggio Lo Spirito della Liturgia, ha scritto una delle condanne più nette: “Là dove irrompe l’applauso per l’opera umana nella liturgia, si è di fronte a un segno sicuro che si è del tutto perduta l’essenza della liturgia e la si è sostituita con una sorta di intrattenimento a sfondo religioso”.
Giovanni Paolo II: Di fronte agli applausi ricevuti dai fedeli, amava ripetere con fermezza: “Il Papa non è una rock star”.
Meno applausi, dunque? Forse sì. Ma soprattutto più silenzio, più adorazione e una maggiore consapevolezza di ciò che stiamo celebrando.
Perché quando al centro c’è davvero Cristo, non abbiamo bisogno di trasformare la liturgia in uno spettacolo per viverla con intensità.
Giancarla Perotti
GRIS (Gruppo Ricerca Informazione Socio-religiosa)
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