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Marche a Rifiuti Zero: “Si annuncia un inceneritore tra anni, ma la misura immediata è abbassare le tutele, ampliare le discariche esistenti e scaricare tutto sui cittadini"

Editor04 luglio 2026 alle 19:59

Marche a Rifiuti Zero esprime forte preoccupazione per il voto in Commissione sul Piano Regionale di Gestione dei Rifiuti, così come riportato dalla stampa, in attesa di poter esaminare gli atti ufficiali e il testo definitivo che arriverà in Consiglio regionale.
Da quanto emerge, la Regione non sta risolvendo il problema dei rifiuti: lo sta rinviando. Da una parte si annuncia un inceneritore con tempi lunghi e incerti; dall’altra, nell’immediato, si prepara una nuova stagione di ampliamenti delle discariche esistenti, riduzione delle distanze di tutela e maggiore utilizzo degli impianti per rifiuti speciali.
“Il punto politico è chiaro: l’inceneritore viene evocato come soluzione futura, ma oggi la scelta concreta è abbassare le tutele per i cittadini e rendere più facile l’ampliamento delle discariche. Non è una svolta: è l’ennesima deroga”.
Per le nuove discariche di rifiuti non pericolosi la distanza minima dalle aree residenziali passerebbe da 1.500 a 1.000 metri. Ma il dato ancora più grave riguarda gli ampliamenti delle discariche esistenti, per i quali si parla di una distanza fino a 500 metri dalle aree residenziali.
È paradossale che, dopo aver riconosciuto nei propri atti l’esistenza di un “indiscutibile fattore di pressione” nei territori interessati da discariche, la Regione scelga ora di ridurre le distanze e facilitare gli ampliamenti. Il fattore di pressione doveva diventare un criterio di tutela rafforzata; rischia invece di essere ignorato proprio dove sarebbe più necessario.
“Tradotto: dove i territori hanno già sopportato per anni il peso degli impianti di smaltimento, invece di aumentare le garanzie, si riducono le distanze. Proprio dove servirebbero più cautele, più dati epidemiologici, più controlli e più partecipazione, si sceglie di avvicinare gli ampliamenti alle case”.
Marche a Rifiuti Zero ricorda che la distanza di 1.500 metri era stata qualificata dalla stessa Regione come criterio cautelativo ai fini della tutela della salute pubblica. Ridurla non è una correzione tecnica: è una modifica sostanziale della pianificazione ambientale e sanitaria. Per questo l’associazione aveva già evidenziato che ogni modifica dei criteri localizzativi deve essere sottoposta almeno a verifica di assoggettabilità a VAS – Valutazione Ambientale Strategica – integrata con screening VIncA – Valutazione di Incidenza – e con una valutazione sanitaria adeguata.
Il tema sanitario non può essere liquidato con leggerezza. Uno studio ARPAM sullo stato di salute delle popolazioni residenti in aree prossime a impianti di smaltimento dei rifiuti aveva già evidenziato, in alcune aree considerate, eccessi statisticamente significativi e indicato la necessità di ulteriori e più dettagliate indagini epidemiologiche. Di fronte a questo quadro, la risposta della politica non può essere la riduzione delle distanze.
“La Regione dovrebbe applicare il principio di precauzione. Invece sembra voler fare il contrario: meno distanze, più ampliamenti, più conferimenti. L’incertezza scientifica non giustifica meno tutela; impone più istruttoria, più trasparenza e più prudenza”.
Preoccupa anche la possibilità di utilizzare le discariche esistenti fino al 50% per rifiuti speciali non pericolosi. Dietro la formula del sostegno alle attività produttive rischia di nascondersi una socializzazione dei costi ambientali.
“Il recupero e lo smaltimento dei residui di produzione devono restare responsabilità del sistema produttivo, nel quadro della responsabilità estesa del produttore e dell’economia circolare. Non possono diventare l’ennesimo peso scaricato sulle comunità che vivono vicino alle discariche”.
Marche a Rifiuti Zero sottolinea inoltre, l’assenza di una vera strategia sulla prevenzione. Per prolungare la vita delle discariche non servono deroghe: serve produrre meno rifiuti. Servono riduzione degli imballaggi, riuso, riparazione, compostaggio di qualità, tariffa puntuale, centri del riuso, acquisti pubblici verdi e politiche concrete per ridurre il secco residuo. Su questi punti, invece, non emergono impegni chiari, risorse adeguate e obiettivi misurabili.
“Si continua a parlare di economia circolare, ma le decisioni vanno nella direzione opposta: discariche, inceneritore e gestione emergenziale del residuo. È il vecchio modello lineare, non una politica moderna dei rifiuti”.
Anche il riferimento al modello Hera di Forlì non rassicura. Proprio quel caso dimostra il rischio dell’incenerimento: una volta costruito l’impianto, nasce l’esigenza industriale di alimentarlo, saturarne la capacità e mantenerlo economicamente conveniente per decenni. Non a caso, per l’impianto Hera di Forlì è stata avviata una procedura per aumentare i rifiuti trattabili da 120.000 a circa 150.000 tonnellate annue.
“È questo il futuro che si vuole preparare per le Marche? Un impianto da alimentare per trent’anni, mentre sulla carta si promette di ridurre i rifiuti? L’inceneritore non è una scelta neutra: crea dipendenza impiantistica e rischia di entrare in conflitto con prevenzione, riciclo e decarbonizzazione”.
Per Marche a Rifiuti Zero, il vero obiettivo del Piano appare quindi duplice: rinviare alla prossima legislatura la scelta sull’inceneritore e, nel frattempo, rendere più facili gli ampliamenti delle discariche esistenti. Tutto cambia perché nulla cambi: oggi si annuncia il termovalorizzatore, domani si autorizzano ampliamenti, dopodomani si chiederanno nuove deroghe.
“Qui si scaricano sui cittadini le conseguenze di anni di immobilismo. La politica non ha costruito una vera strategia di economia circolare e ora chiede ai territori di pagare il prezzo delle sue non scelte”.
Marche a Rifiuti Zero chiede quindi alla Regione Marche di fermarsi prima del voto in Aula, pubblicare tutti gli atti aggiornati, chiarire il contenuto effettivo degli emendamenti approvati e riaprire un confronto pubblico con Comuni, cittadini, enti sanitari, ARPAM, associazioni e territori interessati.
In particolare, l’associazione chiede il ritiro dell’emendamento sulla riduzione delle distanze, il mantenimento del limite di 1.500 metri, la valutazione di criteri più cautelativi nei casi più critici, il divieto di usare la distanza di 500 metri come scorciatoia per gli ampliamenti, una valutazione sanitaria ed epidemiologica aggiornata sui territori già gravati, l’introduzione del fattore di pressione e del carico cumulativo, e un vero piano regionale per prevenzione, riuso, tariffa puntuale e riciclo di qualità.