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Sisma, Cia Marche: "Dieci anni dopo, la ferita più grave è lo spopolamento"

Taddei: "La ricostruzione è visibile, ma la lentezza della ricostruzione ha accelerato l'abbandono delle aree interne”. Carboni: “Da dieci anni, le nostre montagne sono più fragili”

Amministratore23 agosto 2026 alle 12:56

Ancona - A dieci anni dal sisma, la ricostruzione procede, ma nelle aree interne delle Marche resta aperta una ferita che rischia di diventare irreversibile: lo spopolamento. A sottolineare il problema è Cia-Agricoltori Italiani delle Marche, che nel decennale del terremoto richiama l'attenzione non soltanto su quanto è stato ricostruito, ma soprattutto su quante persone, famiglie e aziende agricole non sono più tornate nei territori colpiti.

“Dopo dieci anni la ricostruzione è finalmente visibile – dichiara il Presidente Cia Marche Alessandro Taddei – ma non possiamo nascondere che la lentezza con cui è partita e si è sviluppata abbia contribuito ad amplificare un fenomeno che nelle aree interne marchigiane era già presente: lo spopolamento. Molte delle famiglie trasferite sulla costa hanno finito per stabilirsi altrove, acquistando una casa o andando a vivere nei centri più grandi e meglio serviti”.

Per chi “già si interrogava sul futuro della propria azienda agricola, il terremoto ha rappresentato in alcuni casi il punto di non ritorno - continua Taddei -. Molti hanno deciso di abbandonare. Ci sono imprese che hanno resistito e altre che hanno avuto il coraggio di investire in questi territori, contribuendo a mantenere vivo un tessuto economico e sociale fondamentale, ma basta attraversare molti dei nostri borghi per vedere quanto sia cambiata la situazione".

Un fenomeno testimoniato anche dalla progressiva crescita delle superfici boschive e dei terreni non più coltivati, una tendenza che, secondo Cia Marche, negli ultimi dieci anni ha conosciuto una forte accelerazione. "Quando l'agricoltore abbandona la montagna e le aree interne - sottolinea Taddei - non scompare soltanto un'attività produttiva. Viene meno una presenza quotidiana che cura il territorio, mantiene vivi i paesi e rappresenta un presidio fondamentale anche dal punto di vista ambientale".

Cia Marche ricorda anche la straordinaria mobilitazione che seguì alle prime scosse. "In quei giorni abbiamo visto una solidarietà che ancora oggi commuove - ricorda il presidente regionale -. Cia nazionale, le organizzazioni delle altre regioni e gli agricoltori di tutta Italia si mobilitarono immediatamente. Come Cia Marche ci attivammo fin dalle prime ore per permettere alle aziende di restare sul territorio".

Se per molte famiglie sfollate fu fondamentale la disponibilità delle strutture ricettive della costa, per gli allevatori la situazione era diversa. Chi aveva animali, stalle e aziende da seguire non poteva trasferirsi lontano. Da qui l'impegno per mettere a disposizione unità abitative temporanee, strutture per le stalle e fenili, con il coinvolgimento della Regione Marche.

Il terremoto determinò inoltre problemi che andarono ben oltre i danni agli edifici. In alcune zone le sorgenti modificarono o interruppero il proprio apporto, lasciando senza acqua abbeveratoi, piccoli laghetti e punti di approvvigionamento utilizzati dagli allevamenti al pascolo. In diversi casi si dovette ricorrere alle autobotti, aumentando ulteriormente i costi a carico di aziende che già operavano con margini economici ridotti.

"Oggi vediamo finalmente una ricostruzione che procede - aggiunge Taddei - e sappiamo quanto sia necessario rispettare norme e procedure per ricostruire in sicurezza. Ma non possiamo ignorare il prezzo pagato per questa lentezza. Con la crisi che sta attraversando l'agricoltura dobbiamo evitare che anche chi è riuscito a resistere per dieci anni cominci a chiedersi se valga ancora la pena restare".

La questione, secondo Cia Marche, riguarda l'intero futuro delle aree interne e non soltanto il settore primario. Lo spopolamento riduce i servizi, indebolisce le comunità e rende più difficile anche il rilancio turistico di territori già penalizzati dalla distanza dai principali centri e da collegamenti più complessi.

"Chiediamo un'accelerazione e risposte concrete - conclude Taddei -. Dobbiamo fare tutto il possibile perché quel tessuto agricolo e sociale che è rimasto continui a vivere in questi territori. Ricostruire non significa soltanto rifare case, stalle e infrastrutture. Significa creare le condizioni perché le persone possano scegliere di restare. Perché possiamo ricostruire anche tutti i nostri paesi, ma se perdiamo agricoltori, famiglie e imprese rischiamo di ritrovarci con paesi nuovi e vuoti".

Queste riflessioni sono condivise da Matteo Carboni, Presidente Cia Ascoli-Fermo-Macerata: “È necessario, oltre alla ricostruzione fisica delle case, ricostruire la comunità e soprattutto creare nuove opportunità per chi vuole vivere in quelle zone. Chi a causa del terremoto si è spostato verso la costa, nelle condizioni attuali difficilmente torna nelle aree interne, dove i servizi sono carenti, le opportunità di lavoro sono poche e anche le infrastrutture sono limitate. Penso alle scuole e alla sanità, ma anche ai servizi più semplici ed essenziali, come un ufficio postale, una filiale bancaria e le attività commerciali. Allo stesso tempo dobbiamo creare infrastrutture che consentano collegamenti più rapidi con la costa”.

Gli imprenditori agricoli delle zone colpite dal sisma “convivono con le stesse difficoltà dei colleghi nelle aree pianeggianti, ma all’ennesima potenza: ancor di più lavorano sotto reddito, le rese sono sensibilmente inferiori, è quindi necessario intervenire per favorire una riduzione dei costi, prevedere incentivi adeguati e, soprattutto, riconoscere il ruolo fondamentale che l'agricoltore svolge in queste zone come custode del territorio. Ancora oggi, le nostre montagne sono fragili. E nelle Marche abbiamo imparato cosa significa perdere i “custodi del territorio”, gli agricoltori: la montagna, se non curata, crea danni in vallata e fino alle coste”.