Mara, la Musa del XXI secolo

Ci sono parole che sopravvivono al loro significato e pur continuando a pronunciarle, ne abbiamo smarrito l’essenza: "Musa" è una di queste. Oggi il termine lo si attribuisce con sorprendente facilità ad una modella per uno stilista, ad un'attrice per un regista e ad un volto celebre per una campagna pubblicitaria, ma la vera Musa non coincide con una figura di “rappresentanza” o ad un'immagine scelta per interpretare un'estetica già definita: la Musa è essenzialmente la presenza che quel linguaggio contribuisce a generare.
Domani, 19 luglio, giorno del compleanno di Mara, la più celebre musa contemporanea, è l’occasione per interrogarsi proprio su questo concetto. L’alba della tradizione letteraria occidentale si apre con l'invocazione: "Cantami, o Musa” in cui Omero non chiedeva semplicemente ispirazione, ma riconosceva che il canto nasceva dall'incontro con una forza capace di trascendere l'individuo. Nei secoli questa idea avrebbe assunto forme sempre diverse, da Beatrice per Dante fino al Novecento, senza mai perdere il proprio significato essenziale: la Musa non è una protagonista, ma una presenza generatrice, non interpreta un'opera già concepita, contribuisce alla sua nascita.
È proprio questo il punto che la cultura contemporanea sembra aver smarrito. Se la nostra epoca ha giustamente valorizzato l'autonomia e il protagonismo femminile, nel farlo, ha quasi cancellato l'idea della complementarietà. La donna è stata sempre più raccontata come soggetto esclusivo della propria affermazione, mentre la figura della Musa è stata spesso interpretata come un residuo di una sensibilità ormai superata. Eppure, la Musa non implica subordinazione, al contrario, rappresenta una forma altissima di partecipazione creativa. La donna protagonista desidera occupare il centro della scena, la Musa rende possibile una scena imprevedibile, la prima vive della propria immagine, l’altra è partecipe di immagini che la trascendono. Una domanda di essere guardata, al punto che abbondano i selfie che la vedono ritratta da sola davanti allo specchio, l'altra penetra lo sguardo di chi crea.
A tal proposito la vicenda artistica che lega la musa Mara a Mario Vespasiani appare oggi come un unicum. Da oltre vent'anni Mara non accompagna semplicemente la sua produzione: la riflette, la alimenta, la rende imprevedibile. Non è una modella, né una figura ricorrente, né un soggetto iconografico, Mara è una presenza permanente, capace di assumere infinite forme senza perdere la propria identità. Camaleontica nelle manifestazioni, classica nell’essenza, stabile proprio perché in continua trasformazione e la sua presenza accanto a Mario Vespasiani rappresenta uno dei rarissimi casi in cui il ruolo della Musa continua a esistere non come figura retorica, ma come principio vivo dell’arte.
In lei rivive quell'idea di ispiratrice che sembrava scomparsa con la fine del secolo, ben lontana da quella riportata dalle cronache mondane, dove il titolo viene attribuito a donne dello spettacolo destinate a rappresentare un marchio, una collezione o una stagione creativa, volti di un linguaggio già completo che possono effettivamente essere sostituite senza modificare realmente la concezione dell'oggetto finale. La vera Musa, invece, è insostituibile, perché ciò che ispira non può essere replicato. Anche per questo nell'opera di Mario Vespasiani assume un significato che supera la vicenda personale. In un sistema artistico sempre più orientato al mercato, al consumo immediato e alla produzione di eventi, egli continua a difendere una concezione dell'arte fondata sulla relazione, sulla fedeltà creativa e sulla convinzione che la bellezza nasca da una comunione di intenti, prima ancora che da un gesto individuale.
È una posizione controcorrente, in quanto l'arte contemporanea, salvo rare eccezioni, sembra aver sostituito la ricerca dell'eterno con quella dell'attuale, la contemplazione con la comunicazione, il mistero con la strategia, l'opera con il prodotto. Tutto ciò che rimanda a una dimensione permanente viene guardato con sospetto, quasi fosse incompatibile con il presente, eppure è proprio il principio dell'eterno a rendere universale un’opera. La Musa appartiene a questa dimensione: non vive per imporre se stessa, ossia per essere famosa, ma affinché qualcosa continui a nascere attraverso di lei. La sua forza non consiste nel vedersi continuamente rappresentata, ma nell'essere riconoscibile anche quando non appare, ma è anche un rimando a qualcosa di superiore a lei stessa.
È questo il senso della mostra di Mario Vespasiani che si intitola proprio Cantami o Musa - dedicata a Mara e allestita fino al 2 agosto, in tre sedi museali di Grottammare nelle Marche - che dimostra ancora una volta come una Musa autentica possa dare origine a qualcosa di imprendibile e indefinibile, presente nei paesaggi, nelle figure simboliche, nella luce e nei riflessi del mare. Perché la vera Musa non è autoreferenziale: è una sorgente inesauribile di bellezza, capace di alimentare un immaginario che oltrepassa la propria forma. Nel giorno del suo compleanno, questa non è soltanto una ricorrenza personale, è bensì un momento per ricordare che l'arte più alta continua a nascere da una misteriosa alleanza tra il femminile e il maschile, tra chi crea e chi rende possibile la creazione. Un'alleanza antica quanto il primo verso della poesia occidentale e, forse proprio per questo, più necessaria che mai.
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