Germania condannata per crimini di guerra, risarcimento a ex internato di Civitanova Marche

La Germania è stata condannata per crimini di guerra e contro l'umanità commessi durante la Seconda guerra mondiale ai danni di Quinto Nunzi, internato militare di Civitanova Marche deportato tra il 1943 e il 1945 nel campo nazista di Myslowitz, parte del complesso di Auschwitz.
Lo ha stabilito il Tribunale civile di Roma, che ha riconosciuto un risarcimento di 85mila e 834 euro ai familiari di Nunzi, scomparso nel 2024 all'età di 100 anni. La sentenza chiude una lunga e complessa battaglia giudiziaria contro la Repubblica federale di Germania, affrontata in sede civile nonostante le difficoltà legate all'immunità degli Stati esteri sovrani. Un ostacolo che, secondo il Tribunale, deve cedere di fronte alla tutela dei diritti fondamentali della persona in presenza di crimini di guerra e contro l'umanità. A rappresentare Nunzi nel procedimento sono stati gli avvocati Alessandra Piccinini e Dino Gazzani, che hanno ricostruito con rigore documentale e giuridico la vicenda dell'ex internato marchigiano, ottenendo una decisione che fissa un principio: le pretese risarcitorie per i crimini di guerra non sono destinate all'oblio e restano azionabili anche a distanza di decenni. "Papà sognava questo giorno. Voleva giustizia, e finalmente l'ha avuta", hanno detto i familiari di Quinto, sottolineando come il riconoscimento non fosse legato all'aspetto economico, ma alla restituzione della dignità personale e storica. "Questa sentenza - hanno aggiunto - rende onore alla sua memoria e a quella di migliaia di Imi italiani". Nel dispositivo, il tribunale afferma che la reclusione, la riduzione in schiavitù, la violazione dell'habeas corpus e la sistematica privazione di condizioni di vita dignitose costituiscono crimini di guerra e contro l'umanità, tali da superare il principio dell'immunità dello Stato estero. I familiari hanno ringraziato anche Vito Carlo Mancino, autore della relazione storica sulle condizioni del lager di Myslowitz, la criminologa forense Margherita Carlini e Stefania Giglio, che hanno contribuito alla ricostruzione del vissuto traumatico di Nunzi con strumenti della scienza forense. Catturato a Gorizia il 9 settembre 1943, deportato in Polonia e ridotto alla fame - al rientro pesava poco più di 37 chili - Nunzi nel 2020 aveva scelto di raccontare pubblicamente la propria storia all'ANSA per sottrarla al silenzio della storia. Oggi quel racconto ha trovato conferma anche in un'aula di giustizia. Una sentenza che i familiari definiscono non solo una vittoria personale, ma un successo civile e della memoria.
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