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Silvia, l'allevatrice rimasta a Ussita per salvare la pecora sopravissana dall'estinzione

Amministratore09 ottobre 2026 alle 19:41

Restare a Ussita, nel cratere sismico maceratese, dopo il terremoto del 2016 e continuare a scommettere su un territorio profondamente ferito, portando avanti il recupero di una razza ovina a rischio estinzione.

È la scelta fatta da Silvia Bonomi, allevatrice 40enne che da circa 18 anni alleva pecore sopravissane nel cuore del Parco nazionale dei Monti Sibillini.

"Io qui non sono nata, questo posto l'ho scelto per vivere - racconta Silvia all'ANSA - Si può quindi immaginare quanto amore abbia messo nel rimanere quassù, caparbiamente, nonostante le infinite difficoltà che ancora oggi attraversano il territorio".

Un impegno iniziato prima del sisma e diventato ancora più difficile dopo le scosse del 2016 che cancellarono interi borghi.

L'obiettivo principale dell'azienda è il recupero genetico della sopravissana, razza storicamente legata all'Appennino centrale e oggi a rischio estinzione. Un lavoro lungo, portato avanti attraverso la selezione degli animali e la crescita del gregge. Negli ultimi anni al recupero della razza si è affiancata anche la valorizzazione della sua lana. "È una lana meravigliosa", sottolinea Bonomi. Da questa materia prima l'azienda ha iniziato a realizzare piumoni e trapunte, poi ha avviato una prima collezione di capi di abbigliamento e maglieria, trasformando la tutela della razza in un progetto capace di creare anche nuovi prodotti.
Per Bonomi la permanenza a Ussita resta però una scelta prima di tutto personale. "Il terremoto mi ha rubato dieci anni di tempo", ammette, ma alla domanda se, tornando indietro rifarebbe la stessa scelta di restare sui Sibillini, non mostra dubbi: "sicuramente sì. Non mi pento di nulla di quello che ho fatto".
Dopo anni di esperienza sul campo, Silvia è diventata anche una formatrice di allevatori su come gestire i cani da pastore maremmano-abruzzese per la protezione delle greggi dagli attacchi dei predatori: un attacco di lupo, all'inizio della sua attività, le costò 16 pecore su un gregge di circa 40 animali, compromettendo parte del lavoro di selezione genetica della sopravissana.
Poi la scelta di recuperare l'esperienza del nonno, che già un secolo fa proteggeva il bestiame con i cani. "Da quando introdotti i cani pastore maremmano-abruzzese nel gregge, - sottolinea l'allevatrice - facendo scelte oculate nella loro gestione, non ho più avuto perdite sul bestiame". Questi risultati l'hanno portata a essere chiamata anche all'estero per fare formazione: dalla Finlandia, per gli allevatori di renne, all'Australia, per insegnare come selezionare, crescere e gestire i cani destinati a difendere le greggi dai dingo.

Da Ussita all’Australia, Bonomi insegna come difendere le greggi con i cani pastore

Da Ussita all’Australia per insegnare agli allevatori come gestire i cani da pastore maremmano-abruzzese e proteggere le greggi dagli attacchi dei predatori. È la storia di Silvia Bonomi, allevatrice quarantenne dei Monti Sibillini che, dopo anni di esperienza sul campo, è diventata una formatrice chiamata anche all’estero per trasferire il proprio metodo di gestione dei cani da guardiania.
Tutto nasce da un attacco di lupo che, all’inizio della sua attività, le costò 16 pecore su un gregge di circa 40 animali, compromettendo anche parte del lavoro di selezione genetica della sopravissana.

“Fu uno shock. All’inizio vidi il lupo come un nemico”, racconta Silvia all’agenzia di stampa. Poi la scelta di recuperare l’esperienza del nonno, che già un secolo fa proteggeva il bestiame con i cani.
Oggi Bonomi ha 12 maremmano-abruzzesi. “Da quando li ho introdotti nel gregge, facendo scelte oculate nella loro gestione, non ho più avuto perdite sul bestiame”, sottolinea.

Proprio questi risultati l’hanno portata a essere chiamata fuori dall’Italia per svolgere attività di formazione. Prima in Finlandia, dove ha illustrato il proprio modello anche agli allevatori di renne, poi in Australia, dove ha partecipato a workshop nelle grandi farm per insegnare come selezionare, crescere e gestire i cani destinati a difendere le greggi dai dingo.
Tra gli allevatori incontrati anche Wayne Wayte, manager di una station di 68mila acri e pioniere dell’impiego del Maremmano-Abruzzese in Australia.

Con Bonomi anche Dario Capogrosso, dell’allevamento “Il pastore maremmano abruzzese transumante”, indicato come il più grande allevamento europeo di cani da guardiania.
“Il cane non serve ad ammazzare il predatore - spiega Bonomi - ma a rendere possibile la coesistenza”. Un lavoro che parte dalla genetica e dalla crescita: “Sono cani che lavorano da generazioni - conclude l'allevatrice - e hanno nel loro dna una cultura del lavoro”.