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Piano Rifiuti: L’inceneritore non è un talismano. La Regione ha scelto di guardare indietro

Amministratore28 luglio 2026 alle 22:14

Ancona – Si è svolto oggi davanti a Palazzo Leopardi il presidio promosso dalle rete delle realtà civiche e ambientaliste marchigiane in occasione della discussione e dell’approvazione del nuovo Piano Regionale di Gestione dei Rifiuti.

Una rappresentanza arrivata da tutta la regione, dalla provincia di Ascoli Piceno a quella di Pesaro Urbino, con la presenza del Comitato Ci Rifiutiamo, Tutela Colline Picene, Comitato Salva Salute, La Lupus in Fabula, Salviamo il Futuro e Marche a Rifiuti Zero. Alla mobilitazione hanno dato il proprio sostegno anche realtà della rete regionale che non sono riuscite a essere fisicamente presenti, tra cui AmbienteVivo, Nuova Salvambiente, Forum Provinciale Beni Comuni Pesaro Urbino e altri comitati e associazioni, in un periodo dell’anno nel quale partecipare a una manifestazione in un giorno lavorativo è tutt’altro che semplice.

Il nostro primo ringraziamento va proprio ai volontari e agli attivisti che hanno scelto di dedicare un martedì di fine luglio alla difesa dell’ambiente, sottraendo tempo al lavoro, alle famiglie e alle ferie. È stata una bella giornata di partecipazione civile, resa ancora più significativa dalla presenza di alcuni bambini che hanno seguito i loro genitori: un’immagine che ricorda meglio di tante parole per chi e per quale futuro stiamo discutendo.

Prima dell’avvio dei lavori una delegazione di consiglieri regionali ha raggiunto il presidio e incontrato i partecipanti. Erano presenti Antonio Mastrovincenzo, Marta Ruggeri, Leonardo Catena, Andrea Nobili, Piergiorgio Piergallini e Maurizio Mangialardi.

Poi il confronto si è spostato dentro l’Aula. E dal dibattito è emersa con ancora maggiore chiarezza la contraddizione che denunciamo da mesi.

Il relatore di maggioranza Luca Marconi ha ribadito la centralità dell’impianto di incenerimento, pur riconoscendo l’importanza di riuso e riciclo. Ma è proprio qui il punto: prima ancora del riuso e del riciclo manca la riduzione. La gerarchia dei rifiuti non comincia dal camino e neppure dal cassonetto: comincia evitando di produrre il rifiuto.

È emerso inoltre con chiarezza il problema della plastica e dei rifiuti prodotti dalle attività economiche. Ma se la plastica è il problema, la risposta non può essere semplicemente costruire un impianto per bruciarla. Bisogna ridurne l’utilizzo, sostituirla quando possibile con materiali sostenibili, intervenire sull’eco-design e sulla responsabilità dei produttori, costruire filiere innovative e distretti di economia circolare.

La stessa maggioranza ha motivato alcune scelte con le esigenze del sistema produttivo, compresa la possibilità di conferire una quota rilevante di rifiuti speciali nelle discariche. Il principio, però, deve restare quello del “chi inquina paga”: i costi dei rifiuti delle attività produttive non possono diventare un problema da socializzare sulle famiglie marchigiane. Servono politiche industriali che aiutino le imprese a produrre meno scarti e a recuperarli, non un enorme forno regionale nel quale farli confluire.

La relatrice di minoranza Valeria Mancinelli ha messo in evidenza un altro punto essenziale: il Piano arriva in ritardo e indica gli obiettivi, ma non costruisce con altrettanta chiarezza il percorso concreto per raggiungerli. Mancano investimenti adeguatamente definiti per prevenzione, tariffazione puntuale, aumento quantitativo e soprattutto qualitativo della raccolta differenziata e nuovi impianti di recupero di materia.

E mentre l’inceneritore, se mai verrà costruito, richiederà molti anni, il problema delle discariche esiste oggi. Non si può aspettare otto o dieci anni sperando che un impianto futuro risolva magicamente ciò che la politica deve affrontare da domani mattina.

Anche Marta Ruggeri ha denunciato in Aula una visione arretrata, che rischia di mandare un messaggio profondamente diseducativo: abbiamo chiesto per anni ai cittadini di separare, ridurre e recuperare i rifiuti e adesso il messaggio dominante diventa che, alla fine, possiamo bruciarli.

Ha inoltre richiamato la questione economica, compresi i futuri costi legati alle emissioni di carbonio, e indicato alternative molto concrete: tariffa puntuale, sistemi di separazione e recupero di materia e gestione pubblica delle infrastrutture necessarie. Forte anche la critica alla possibile riduzione delle distanze tra nuove discariche e centri abitati: la difficoltà nel trovare siti non si risolve avvicinando gli impianti alle persone.

Nell’intervento di Andrea Nobili è stata poi evidenziata con particolare chiarezza quella che consideriamo la vera fotografia del Piano: nell’immediato discariche e possibili ampliamenti, nel futuro un grande inceneritore. L’impianto rischia così di diventare il “totem” attorno al quale organizzare l’intera politica regionale dei prossimi decenni.

E i numeri rendono il problema ancora più evidente. Il Piano prefigura un impianto di grandi dimensioni, alimentato non soltanto da rifiuti urbani e loro derivati ma anche da importanti quantitativi di rifiuti speciali. Un impianto del genere, una volta costruito spendendo centinaia di milioni di euro, dovrà essere alimentato per decenni.

Che cosa accadrà se saremo davvero bravi a ridurre i rifiuti?

È questa la domanda che continua a non avere risposta.

Se prevenzione, tariffa puntuale, riuso e riciclo funzioneranno, il rifiuto residuo dovrà diminuire. Un grande inceneritore, invece, ha bisogno di flussi sufficienti per sostenere i propri costi. È il rischio del lock-in: costruire oggi un'infrastruttura che domani potrebbe avere bisogno proprio di quel rifiuto che le politiche ambientali dovrebbero eliminare.

E c’è la questione economica. In Aula sono state richiamate stime con valutazioni che, aggiornando i costi, arrivano nell’ordine del mezzo miliardo. A questo bisognerà aggiungere esercizio, manutenzione, trattamento dei fumi, gestione delle ceneri, trasporti, eventuali reti per utilizzare il calore prodotto e il crescente costo delle emissioni climalteranti.

Bruciare costa. Ridurre conviene. Ma il punto più urgente riguarda le discariche.

Non diciamo che possano essere chiuse domani mattina. Oggi servono ancora in ottica di transizione per una quota di rifiuti residui. Proprio per questo le volumetrie rimaste devono essere considerate una risorsa preziosa da preservare, facendo diminuire ogni anno ciò che vi conferiamo.

Non possiamo invece accettare che le comunità che da anni convivono con le discariche siano condannate a una successione infinita di rimodellamenti e ampliamenti perché non siamo riusciti a ridurre abbastanza i rifiuti.

Le popolazioni che hanno già pagato un prezzo ambientale devono essere tutelate, non trasformate in territori sacrificabili.

La maggioranza ha scelto oggi di approvare il Piano e di mantenere l’inceneritore come elemento strutturale della propria strategia. Ne prendiamo atto. Ma non accettiamo la rappresentazione per cui chi contesta questa scelta sarebbe contrario a risolvere il problema dei rifiuti.

È esattamente il contrario.

Chiediamo di partire dalla parte della politica dei rifiuti sulla quale possiamo intervenire subito: prevenzione, riduzione degli imballaggi, riuso, riparazione, tariffa puntuale, raccolta differenziata di qualità, compostaggio, recupero di materia, eco-design, responsabilità dei produttori e innovazione industriale.

Non è vero che l’Europa ci chiede un inceneritore. L’Europa ci chiede di rispettare la gerarchia dei rifiuti.

La Regione Marche ha invece trasformato il dibattito in un referendum permanente: inceneritore sì o inceneritore no. È un modo troppo semplice di affrontare un problema complesso e rischia di nascondere ciò che manca davvero: una strategia concreta per produrre meno rifiuti.

Marche a Rifiuti Zero continuerà insieme associazioni, ai comitati e ai cittadini della rete regionale a portare avanti l’impegno per la Strategia Rifiuti Zero.

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