Culle per la vita: una falsa soluzione che rischia di sostituire il pubblico e dimenticare le donne

Nelle Marche si torna a parlare di “culle per la vita”, lo fa il presidente di Federfarma regionale Marco Meconi, con una campagna diffusa capillarmente attraverso le farmacie e con una richiesta precisa: una legge regionale che le rafforzi e le inserisca nel sistema sanitario, presentandola come un “segno di speranza” capace di superare un’impasse nazionale.
Eppure, nel nostro ordinamento esiste già uno strumento che tutela sia il neonato sia la madre: il parto in anonimato. È legale. È garantito negli ospedali pubblici.
Assicura assistenza sanitaria, tutela giuridica, accompagnamento.
Non solo: è una soluzione che interviene prima, nel momento più delicato, evitando rischi per la salute della donna e del bambino.
Le culle per la vita, invece, intervengono dopo.
Quando il parto è già avvenuto, spesso fuori da un contesto sicuro.
Per questo è inevitabile dirlo con chiarezza: non siamo di fronte a un vuoto da colmare, ma a un servizio pubblico già esistente che va rafforzato, non duplicato.
C’è poi un elemento che non può essere ignorato. La campagna viene diffusa attraverso una rete capillare di farmacie private e parallelamente si chiede di inserire le culle nel sistema sanitario.
Il rischio è che soggetti privati orientino una narrazione alternativa al sistema pubblico e che si legittimi una progressiva sostituzione del ruolo della sanità.
Su questo serve una posizione netta. La presa in carico delle fragilità non può essere delegata né indirettamente influenzata da reti private.
In questo tema c’è un’assenza evidente: la salute e il benessere della donna.
Si parla di “gesto d’amore”, di accoglienza del neonato.
Ma non si parla abbastanza di cosa accade prima: della solitudine, della paura, delle condizioni in cui una donna affronta una gravidanza indesiderata.
Il parto in anonimato tutela entrambi.
Le culle, invece, arrivano quando la donna è già stata lasciata sola.
C’è un ulteriore punto che non può essere aggirato e che è il nodo politico di tutta la vicenda. Non si può parlare di “scelta” se non si garantisce informazione completa e corretta. Questo significa: informare certamente sul parto in anonimato ma anche sull’interruzione volontaria di gravidanza (IVG), prevista dalla legge.
Se questa informazione manca o viene oscurata non siamo più di fronte a una scelta libera, ma a una scelta condizionata e a una narrazione pericolosa.
La priorità deve essere una sola: rafforzare la sanità pubblica.
Se davvero vogliamo evitare tragedie, la strada è chiara: occorre rafforzare i consultori pubblici, garantire accesso reale ai servizi sanitari, investire in informazione completa e laica, mettere al centro la salute delle donne.”
Arianna Cameli Candidata al Consiglio Comunale di San Benedetto del Tronto – Alleanza Verdi-Sinistra e Psi
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